Un Generale
Francesco@Frenkie_Woody - Per fare il Generale non è indispensabile essere un genio.
L'esercito non è una gara di intelligenza, ma una maratona di obbedienza dove il più mediocre vince per sfinimento.
L'ascesa di un individuo come Vannacci al grado di generale non è un'anomalia del sistema, è la sua più perfetta e terrificante manifestazione. Le gerarchie militari non sono meritocrazie che premiano il genio strategico o il pensiero critico. Al contrario, sono macchine burocratiche progettate per premiare la conformità, l'anzianità di servizio e, soprattutto, una cieca e ottusa esecuzione degli ordini. Per decenni, un uomo come Vannacci ha fatto esattamente ciò che il sistema gli chiedeva, ha timbrato il cartellino, ha indossato l'uniforme, ha obbedito ai suoi superiori e ha scalato la piramide un gradino alla volta, non perché fosse brillante, ma perché era un ingranaggio prevedibile e affidabile. In un'organizzazione che teme l'individualità come la peste, la mediocrità non è un difetto, è il requisito fondamentale per fare carriera.
Il suo curriculum nelle forze speciali, che molti citano come prova di chissà quale valore, dimostra solo che era un buon esecutore, un soldato fisicamente preparato e capace di portare a termine una missione. Ma le qualità che fanno un buon commando sono spesso l'esatto opposto di quelle che servono a un generale. Un commando agisce, non pensa. Esegue, non mette in discussione. È un martello che cerca un chiodo. Il sistema militare prende questi martelli, li decora con medaglie e poi, per pura inerzia burocratica basata sugli anni di servizio, li promuove a ruoli di comando che richiederebbero le capacità di un architetto. Non c'è una transizione magica in cui il soldato impara la diplomazia, la geopolitica o il pensiero complesso. Semplicemente, continua a salire fino a raggiungere un livello di incompetenza che viene mascherato dal prestigio della divisa.
La sua trasformazione finale da soldato a generale avviene quando viene allontanato dal campo e messo dietro una scrivania, nel mondo delle scartoffie, della politica e delle relazioni istituzionali. Lì, l'ultima cosa che serve è un pensiero originale. Serve un burocrate in uniforme, uno che sappia navigare le correnti del potere, che non crei problemi e che ripeta a pappagallo la linea ufficiale. Vannacci è diventato generale nonostante quello che è, ma proprio perché è quello che è. È il prodotto perfetto di un sistema che filtra l'eccellenza e promuove la mediocrità obbediente. Il suo libro non è l'atto di un ribelle, ma il delirio di onnipotenza di un funzionario che, arrivato in cima, si sente finalmente autorizzato a mostrare il vuoto che ha dovuto nascondere per tutta la carriera.
Tratto da "X" del 11/10/25