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President Trump

Trump

I dazi si ritorcono contro gli americani, Trump inizia a frenare: le midterm fanno paura

Feb 14, 2026

dal nostro corrispondente 

Per il Ft il presidente Usa starebbe pensando di abbassare le tariffe su alluminio e acciaio, anche se il consigliere Navarro smentisce. Sta di fatto che uno studio della Fed di New York mostra come la guerra commerciale penalizzi i cittadini statunitensi

Ascolta l'articolo 04:0913 Febbraio 2026 alle 18:55 2 minuti di lettura

NEW YORK – La paura di perdere le elezioni midterm inizia a condizionare Trump. Perciò da una parte il presidente pensa di ridurre i dazi su alluminio e metalli vari, perché uno studio della Federal Reserve di New York dimostra che circa il 90% dei costi ricade sui cittadini americani; dall’altra festeggia la frenata dell’inflazione, che potrebbe affievolire la percezione della crisi dell’affordability e incoraggiare la banca centrale a tagliare i tassi. Il tutto con l’incognita dei tempi, perché se gli effetti di queste manovre non si faranno sentire entro novembre, ma possibilmente anche prima per avere un impatto sulle intenzioni di voto, i repubblicani e il loro capo della Casa Bianca rischiano comunque una batosta alle urne.

La teoria di Trump era che i dazi avrebbero costretto le aziende straniere a trasferire la loro produzione negli Usa, rilanciando il settore manifatturiero, l’occupazione e la crescita. Questo finora non sta avvenendo, almeno nelle proporzioni e con la rapidità di cui avrebbe bisogno il presidente. In più l’aumento delle materie prime sta penalizzando le compagnie americane che hanno bisogno di importarle, mentre la Cina si avvantaggia delle tariffe esportando più beni a basso costo nei paesi colpiti, come dimostra il balzo del suo surplus commerciale. La seconda certezza era che le tariffe avrebbero arricchito Washington, e in effetti un po’ di soldi stanno entrando nelle casse del Tesoro. Sono però poca cosa, per un’economia da 31.000 miliardi di dollari all’anno, e in parte Trump ha dovuto restituire questi profitti ai settori che hanno sofferto a causa dei dazi, come l’agricoltura. La terza certezza era che alla fine i costi delle tariffe li avrebbero pagati gli esportatori stranieri, che pur di conservare l’accesso al ricco mercato americano avrebbero abbassato i prezzi. Secondo lo studio realizzato dalla Fed di New York e dalla Columbia University sta avvenendo il contrario. Nei primi otto mesi del 2025 il 94% dei costi è ricaduto sugli americani, quindi quasi tutto. A novembre scorso il peso è sceso all’86%, perché alcune aziende hanno iniziato a rinegoziare i contratti, ma resta comunque troppo elevato e il calo è troppo lento.

Dazi su acciaio e alluminio, Trump verso la retromarcia: i rincari pesano sui consumatori Usa

di  13 Febbraio 2026

Trump ha capito che così rischia di perdere le elezioni midterm, e soprattutto lo hanno capito i suoi colleghi repubblicani, che infatti con le loro sei defezioni hanno aiutato i democratici ad approvare una risoluzione alla Camera contro i nuovi dazi al Canada. Perciò, secondo il Financial Times, il presidente ha deciso di ridurre le tariffe del 50% imposte sulle importazioni di alluminio e acciaio. Il suo consigliere Peter Navarro ha smentito, ma il costo ricade sugli elettori che minacciano di punirlo, se è vero il sondaggio del Pew Center secondo cui il 70% degli americani ha ora una percezione negativa delle politiche economiche del capo della Casa Bianca. E’ possibile quindi che interventi simili avvengano in altri settori, ma comunque Trump non dovrebbe avere incentivi a minacciare o imporre nuovi dazi, come ad esempio aveva fatto contro i paesi europei contrari alla sua offensiva sulla Groenlandia.

L’inflazione gli sta dando una mano, perché secondo i dati pubblicati ieri è aumentata del 2,4%, meno delle aspettative. Questo potrebbe avere un impatto sulla percezione degli americani sull’affordability, ossia il costo elevato della vita, e magari convincere la Fed a tagliare i tassi, in attesa della conferma del nuovo presidente Kevin Warsh. Il problema sono i tempi, perché Trump ha assolutamente bisogno che gli effetti si sentano prima di novembre.


Tariffs backfire on Americans, Trump begins to put on the brakes: the midterms are scary

by our correspondent 

According to the FT, the US president is thinking of lowering tariffs on aluminum and steel, although adviser Navarro denies this. The fact is that a study by the New York Fed shows how the trade war penalizes US citizens

NEW YORK – The fear of losing the midterm elections is beginning to affect Trump. Therefore, on the one hand, the president is thinking of reducing tariffs on aluminum and various metals, because a study by the Federal Reserve of New York shows that about 90% of the costs fall on American citizens; on the other hand, it celebrates the slowdown in inflation, which could weaken the perception of the affordability crisis and encourage the central bank to cut rates. All with the unknown of the timing, because if the effects of these maneuvers are not felt by November, but possibly even earlier to have an impact on voting intentions, the Republicans and their head of the White House still risk a beating at the polls.

Trump's theory was that tariffs would force foreign companies to move their production to the US, boosting manufacturing, jobs and growth. This is not happening so far, at least in the proportions and with the speed that the president would need. In addition, the increase in raw materials is penalizing American companies that need to import them, while China takes advantage of tariffs by exporting more cheap goods to the affected countries, as evidenced by the jump in its trade surplus. The second certainty was that the tariffs would enrich Washington, and indeed some money is entering the Treasury's coffers. But they are little for a $31 trillion-a-year economy, and in part Trump has had to return these profits to sectors that have suffered from tariffs, such as agriculture. The third certainty was that in the end the costs of the tariffs would be paid by foreign exporters, who in order to preserve access to the rich American market would have lowered prices. According to the study carried out by the New York Fed and Columbia University, the opposite is happening. In the first eight months of 2025, 94% of the costs fell on the Americans, so almost everything. Last November, the peso fell to 86%, because some companies have started to renegotiate contracts, but it is still too high, and the decline is too slow.

Tariffs on steel and aluminum, Trump backwards: price increases weigh on US consumers

by  February 13, 2026

Trump has understood that he risks losing the midterm elections, and above all his Republican colleagues have understood it, who in fact with their six defections helped the Democrats to pass a resolution in the House against the new tariffs on Canada. Therefore, according to the Financial Times, the president has decided to reduce the tariffs imposed on aluminum and steel imports by 50%. His adviser Peter Navarro has denied this, but the cost falls on voters who threaten to punish him, if the Pew Center poll is true, according to which 70% of Americans now have a negative perception of the White House chief's economic policies. It is therefore possible that similar interventions will take place in other sectors, but in any case, Trump should not have incentives to threaten or impose new tariffs, as he had done against European countries opposed to his offensive on Greenland.

Inflation is giving him a hand, because according to data published yesterday it rose by 2.4%, less than expected. This could have an impact on Americans' perception of affordability, i.e. the high cost of living, and perhaps convince the Fed to cut rates, pending the confirmation of new President Kevin Warsh. The problem is the timing, because Trump absolutely needs the effects to be felt before November.


Los aranceles se vuelven en contra de los estadounidenses, Trump empieza a frenar: las elecciones de mitad de mandato son aterradoras


por nuestro corresponsal Paolo Mastrolilli

Según el FT, el presidente estadounidense está pensando en reducir los aranceles al aluminio y al acero, aunque el asesor Navarro lo niega. La realidad es que un estudio de la Fed de Nueva York muestra cómo la guerra comercial penaliza a los ciudadanos estadounidenses

NUEVA YORK – El miedo a perder las elecciones de mitad de mandato está empezando a afectar a Trump. Por lo tanto, por un lado, el presidente está pensando en reducir los aranceles sobre aluminio y varios metales, porque un estudio de la Reserva Federal de Nueva York muestra que alrededor del 90% de los costes recaen en ciudadanos estadounidenses; Por otro lado, celebra la desaceleración de la inflación, que podría debilitar la percepción de la crisis de asequibilidad y animar al banco central a recortar los tipos. Todo esto sin saber cuándo va a ser, porque si los efectos de estas maniobras no se sienten para noviembre, sino posiblemente incluso antes, afectando a las intenciones de voto, los republicanos y su jefe de la Casa Blanca aún corren el riesgo de ser derrotados en las urnas.

La teoría de Trump era que los aranceles obligarían a las empresas extranjeras a trasladar su producción a Estados Unidos, impulsando la manufactura, el empleo y el crecimiento. Esto no está ocurriendo hasta ahora, al menos en las proporciones y con la rapidez que el presidente necesitaría. Además, el aumento de materias primas está penalizando a las empresas estadounidenses que necesitan importarlas, mientras que China aprovecha los aranceles para exportar más productos baratos a los países afectados, como demuestra el aumento de su superávit comercial. La segunda certeza era que los aranceles enriquecerían Washington, y de hecho algo de dinero está entrando en las arcas del Tesoro. Pero son pocos para una economía de 31 billones de dólares al año, y en parte Trump ha tenido que devolver estos beneficios a sectores que han sufrido aranceles, como la agricultura. La tercera certeza era que, al final, los costes de los aranceles los pagarían los exportadores extranjeros, que para preservar el acceso al rico mercado estadounidense habrían bajado los precios. Según el estudio realizado por la Fed de Nueva York y la Universidad de Columbia, está ocurriendo lo contrario. En los primeros ocho meses de 2025, el 94% de los costes recayeron en los estadounidenses, así que casi todo. El pasado noviembre, el peso cayó al 86%, porque algunas empresas han empezado a renegociar contratos, pero sigue siendo demasiado alto y la caída demasiado lenta.

Aranceles sobre acero y aluminio, Trump al revés: los aumentos de precios pesan sobre los consumidores estadounidenses


por Cenzio Di Zanni
13 de febrero de 2026

Trump ha entendido que corre el riesgo de perder las elecciones de mitad de mandato, y sobre todo sus colegas republicanos lo han entendido, que de hecho, con sus seis deserciones, ayudaron a los demócratas a aprobar una resolución en la Cámara contra los nuevos aranceles a Canadá. Por lo tanto, según el Financial Times, el presidente ha decidido reducir los aranceles impuestos a las importaciones de aluminio y acero en un 50%. Su asesor Peter Navarro lo ha negado, pero el coste recae en los votantes que amenazan con castigarle, si la encuesta del Pew Center es cierta, según la cual el 70% de los estadounidenses ahora tiene una percepción negativa de las políticas económicas del jefe de la Casa Blanca. Por tanto, es posible que intervenciones similares se produzcan en otros sectores, però en cualquier caso Trump no debería tener incentivos para amenazar o imponer nuevos aranceles, como había hecho contra países europeos opuestos a su ofensiva sobre Groenlandia.

La inflación le está echando una mano, porque según datos publicados ayer subió un 2,4%, menos de lo esperado. Esto podría afectar a la percepción de la asequibilidad de los estadounidenses, es decir, al alto coste de vida, y quizás convencer a la Fed de que baje los tipos, a la espera de la confirmación del nuevo presidente Kevin Warsh. El problema es el momento, porque Trump necesita absolutamente que los efectos se sientan antes de noviembre.

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Gianfranco Maitilasso Grossi

Editor, curator, and founder of bilingual platforms focused on cultural critique, legacy-building, and editorial transparency. Based in Spain, active across Europe and Southeast Asia.Championing editorial clarity, mythic publishing, and queer voice.